La casa delle madri

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Phasellus malesuada neque sed pellentesque ullamcorper.

Prima di questa rubrica non ero consapevole di quanto si parli, si scriva e si racconti delle case (manco facessi l’etoile per campare) così quando ho iniziato a leggere ‘la casa delle madri’ ero armata della solita leggerezza: un’occhiata alla copertina (discutibile), l’immancabile sguardo alla dedica d’apertura che dà sempre un certo languorino e splash, dritta nella lettura. 

Il libro sembra innocuo, non può succedere niente di male con questa scrittura delicata e avvolgente. Nonostante le premesse, rallento con aria circospetta, questi autori così accoglienti nascondono sempre un secondo fine, mi aspetto un colpo basso a momenti. 

E infatti, nonostante Petruccioli abbia un evidente problema con le parentesi che quasi sembra di ascoltare la mia cara amica Francesca quando deve raccontarmi la sua giornata e magicamente arriva a programmare le vacanze, dicevo nonostante le parentesi questa è casa mia, è la casa di tutti di noi, è un tuffo nell’infanzia che intenerisce e causa pure qualche mal di pancia. 

Tante espressioni dal sapore familiare raccontate con una narrativa delicata, poetica, femminile. Non vi si può non riconoscersi, Petruccioli  parla di vite e di morti e tutte ruotano intorno alla casa di famiglia che sta per essere smantellata dai nuovi proprietari: pavimenti rinnovati, tramezzi buttati giù, cucina che diventerà chissà cosa e biblioteca che non si chiamerà più così e soprattutto … niente più corridoio. Ma che c’avrà fatto mai il corridoio? Hai notato come il sia stato cancellato dalle planimetrie delle case negli ultimi decenni? Open space come se piovesse! A pensarci bene senza corridoio non si sa più dove andare, non c’è più quel segmento che indiscutibilmente dava accesso alla zona privata, alla zona notte, dove bisognava entrare in punta di piedi, magari con le pattine chiedendo permesso. 

In fin dei conti Il povero corridoio era uno spazio semplice, senza fronzoli né mobili, puro e scarno dotato solo di due pareti parallele: un punto esclamativo, una freccia che portava da una parte all’altra della casa e ritorno. Vi si affacciavano con regolarità tutte le stanze, ma era anche il posto migliore dove arrangiare una partita di calcio. Insomma, ripeto, che male c’ha fatto il corridoio?  

Detto francamente anche il mio, sarà stato perché era lunghissimo o perché lo attraversavo al buio (un po’ per pigrizia un po’ perché tanto sono quattro passi fino alla cameretta), faceva un bel po’ paura. 

Ne ‘La casa delle madri’ Elia, uno dei protagonisti, gemello di Ernesto e figlio di Sarabanda, affronterà il corridoio come la sua prova di iniziazione all’età adulta. Niente più mostri in agguato, Elia è deciso a vivere la sua vita di figlio sano lontano e malgrado suo fratello. 

La madre lotterà per cucire insieme i pezzi di una famiglia destinata ad implodere alla sua morte. Si perché Elia ed Ernesto, nonostante abbiano condiviso per oltre 40 settimane la stessa placenta, una volta in vita non riusciranno mai a convergere. Il primo, nato fortunato, combatte con il senso di colpa per la sua condizione di sano e agile rispetto all’altro del quale con il fatidico ‘Bada a tuo fratello’ ha sin da subito la completa responsabilità. 

Ernesto invece ce l’ha con tutti ma soprattutto con Elia non solo perché se non fosse stato per il cordone ombelicale col quale si era avvolto magari non avrebbero dovuto farlo nascere col forcipe, ma perché verso i 12 anni decise di abbandonarlo scegliendo un’altra camera dove dormire. Ernesto è arrabbiato anche con Sarabanda perché pur essendo stata piena di attenzioni e prodiga di cure non ne accettava umanamente la menomazione. È arrabbiato e disperato, sempre più sfuggente sempre meno attaccato alla vita, totalmente slegato dai luoghi.  E se è vero che “È nel nostro legame con i luoghi che si inscrive la nostra capacità di relazione e sentimento” qui ogni cosa viene abbandonata, lasciata, dimenticata. A partire dalla casa della loro infanzia. 

Qui, tra queste mura, anche l’oggetto apparentemente più insignificante ma che scommetto ha campeggiato tra la cucina e il soggiorno di ciascuna delle nostre case, dà l’idea dell’assenza:

“Il dipinto bicolore – panna e verde spento, chiaro – che c’era sopra non incontrava il gusto della nuova proprietà, dell’architetto, dell’arredatrice. Il nome in piccolo che il pittore aveva mimetizzato tra i fili d’erba in basso a sinistra, nome di una bambina che sarebbe cresciuta, fiorita in questa casa, che da questa casa sarebbe uscita per diventare madre, che ci sarebbe ritornata dopo avere sepolto la sua e che alla fine qui sarebbe morta senza avere avuto il tempo di sfuggire un’ultima volta alla casa, quel nome è stato cancellato.” 

Buona lettura! 

Daniele Petruccioli è nato nel 1970 a Roma, dove vive. Dopo essersi diplomato all’accademia d’arte drammatica “Silvio D’Amico”, per anni si è occupato di teatro. Laureatosi poi in lingue all’università della Tuscia di Viterbo, dal 2005 collabora con diverse case editrici come traduttore e revisore da portoghese, francese e inglese, e come editor di letteratura italiana. È fra fondatori del primo sindacato italiano di traduttori editorial STradE (www.traduttoristrade.it).
Scrive regolarmente articoli sulla traduzione letteraria e collabora con le riviste specializzate sul tema. Ha pubblicato saggi Falsi d ‘Autore. Guida pratica per orientarsi nel mondo dei libri tradotti (Quodlibet 2014) e Le pagine nere Appunti sulla traduzione dei romanzi (La Lepre 2017). Attualmente insegna Teoria della traduzione e Traduzione editoriale dal portoghese all’ università “Unint” di Roma.

Puoi acquistarlo OnLine: clicca qui